La Cappella Ducale di S.Marco

Fin dall'inizio del XV secolo il governo veneziano si preocupò di creare una scuola per dare accoglienza ad otto bambini della Repubblica per farne degli ottimi cantanti "che accresceranno la gloria della patria". La decisione, per l'esattezza risalente al 1403, segna gli inizi di quella che diventerà la Cappella Ducale di San Marco, destinata a giocare un ruolo importante nel panorama musicale europeo, e ad annoverare tra le sue fila molti grandi musicisti del passato.Il primo maestro di Cappella che gli archivi ci tramandino fu nel 1491 Pietro de Fossis, originario della Fiandra, che occuperà quel ruolo fino all'arrivo nel 1527 di Adriano Willaert. Quell'anno che segna un momento tragico per l'Italia con il "sacco di Roma", inaugura un periodo felice per la musica a Venezia e per la Cappella Ducale di San Marco.

Molti furono i maestri che si succedettero alla sua guida, tra questi basterà ricordare Giuseppe Zarlino, Claudio Monteverdi, Francesco Cavalli che vissero ed operarono in epoca precedente a quella di Marcello. Quindi Giovanni Legrenzi, Gianbattista Volpe, Giandomenico Partenio, Antonio Biffi, Antonio Lotti ed Antonio Pollarolo, l'operato dei quali copre gli anni della sua non lunga vita. Finendo col citare, tra altri degni di ricordo, la fulgida personalità del buranello Baldassarre Galuppi, la cui attività musicale riscosse tanto successo in tutta Europa.

Ma come funzionava la Cappella Ducale, come si poteva essere assunti, quanto poteva guadagnare un musicista entrando al suo servizio? A monte di tutti i problemi che la Procuratia de Supra, l'organo che sovrintendeva alla Cappella, si trovò ad affrontare fu la fissazione dell'organico di musici e suonatori, stabilendo nel contempo quei criteri che permettessero di scegliere i migliori, e di verificare nel tempo il mantenimento di uno standard di resa adeguato all'importanza dell'istituzione. Ciò stabilito, la Procuratia dovette poi fissare l'ammontare dei compensi, regolamentare le licenze e le assenze introducendo degli obblighi di servizio e sistemi di controllo dello stesso. In poche parole, fu chiamata a risolvere ogni problema inerente al governo di un organismo ampio e vitale come appunto era la Cappella Ducale di San Marco. Fu proprio il 21 maggio 1685, sotto la direzione di Giovanni Legrenzi che se ne fece promotore, che la Cappella venne riformata stabilendo "..che li concerti che saranno nella chiesa ducal di San Marco debbono essere al numero di 34: cioè violini 8, violette 11, viole da brazzo 2, violoni 3, tiorbe 4, cornetti 2, fagotti 1 e tromboni 3.." Poi, nell'aprile dell'86, fu la volta dei cantanti, il cui numero fu fissato in 36 "..cioè nove soprani, nove contralti, nove tenori, con nove bassi..", una decisione che però trovò sempre difficoltà ad essere applicata dato che, mentre vi era una relativa abbondanza di tenori e bassi, per quanto riguardava i soprani ed i contralti il mercato era ampiamente più avaro, il che spiega anche la differenza dei compensi percepiti da quest'ultimi rispetto ai primi. Così, pur tra mille difficoltà nel reperire le voci e gli strumentisti necessari, l'organico della Cappella rimase invariato, subendo solo poche modifiche per quanto riguarda fagotti, tromboni e tiorbe, sostituiti, quando mancavano, da strumenti ad arco o da altri fiati secondo il desiderio espresso dal Maestro di Cappella. Nel febbraio 1731, per esempio, per volere di Antonio Biffi, un trombone venne sostituito da una tromba, e più avanti ancora, nel 1748, ad una tiorba mancante subentrò, per volere di Giuseppe Saratelli maestro in carica, un oboe. Tuttavia, salvo i pochi aggiustamenti citati, si può dire che la Cappella rimanesse uguale a quella voluta dal Legrenzi fino al 1765, quando sotto la direzione di Galuppi i cantanti furono ridotti da 36 a 24, portandone il numero a 6 per voce. Lo stesso giorno veniva anche modificato l'organico dei suonatori, o "concerti", il quale era ora composto da 12 violini, 6 violette, 4 violoncelli, 5 violoni, 4 tra oboi e flauti, 4 tra corni e trombe. Rispetto all'orchestra voluta da Legrenzi, aumentavano violini, violoncelli e violoni, diminuivano le violette, mentre sparivano tiorbe, fagotto e tromboni, sostituiti da oboi, flauti, corni e trombe. Decisione di certo dovuta non solo ai mutati bisogni del far musica, ma anche, se non soprattutto, alla grave crisi economica che in quel periodo investì la Serenissima accompagnadola fino ai suoi ultimi giorni.

Uno dei problemi che in ogni tempo assillò gli uomini della Procuratia fu quello di imporre ad un organismo spesse volte recalcitrante il rispetto dell'obbligo di servizio. Data la complessità dovuta sia ai numeri, sia alle professionalità presenti nella Cappella, ed in presenza poi di un ambiente non solo cittadino che richiamava i professionisti della musica per le sue molteplici occasioni di svago, la lotta per imporre un freno alle negligenze non consentì mai di abbassare la guardia per un istante, imponendo anzi di ricercare sempre nuovi accorgimenti che reprimessero i comportamenti devianti combattendo iprocrisie e furbizie. In tal modo, per chi si fosse allontanato dal servizio senza permesso le normative della Cappella prevedevano il licenziamento, con il conseguente depennamento dal libro delle paghe. Invece, per le assenze dalle cerimonie solenni venne introdotto, ed in genere fatto rispettare, il sistema di multare i colpevoli, trattenendogli l'ammontare dalle paghe. Venne anzi creata la figura particolare dell'Appuntador il quale doveva controllare le assenze ed i ritardi, annotandoli su di un registro. Al momento della corresponsione delle paghe, il totale delle multe veniva suddiviso parte tra i musici e concerti più meritevoli, parte andava a premio dello zelo dell'Appuntador stesso. Rimaneva pur sempre che, in presenza di un certo numero di assenze, specialmente quando si faceva Cappella Reale, le norme prevedevano il licenziamento del colpevole. Sempre intenzionata a combattere ogni abuso, la Procuratia impose il divieto di liquidare le paghe dei musici a loro "commessi", la qual cosa permetteva che molti, assenti dal servizio, facevano riscuotere "le loro paghe con grave desordine et pregiuditio della Chiesa..". Per quanto riguarda le assenze per malattia, esse dovevano essere comprovate da una fede di un medico, mentre ci si poteva allontanare dalla città solo ottenendo una licenza regolare dal Cassiere o dal Nodaro della Procuratia. Esse comunque non potevano durare più di un mese; era invece facoltà della Procuratia di concedere prolungamenti oltre il mese, mentre il Maestro di Coro e di Cappella potevano concedere permessi di una sola giornata, anche se, vista la prodigalità con la quale essi li concedevano, si cercò di introdurre delle limitazioni.

Con l'andar del tempo, la stessa Procuratia pose limiti a sè stessa, stabilendo di non poter concedere licenze per periodi superiori all'anno con mantenimento della retribuzione. Rimaneva comunque la riserva del posto, mentre a chi si trovava in stato estero veniva concesso un mese in più per rientrare. Trascorso questo periodo senza che il musico rientrasse in servizio, era previsto il licenziamento. La richiesta di licenza poteva essere determinata da un bisogno di allontanarsi per curare i propri affari o la propria salute, o da motivi strettamente legati all'esercizio della professione di musicista.

Dal 1675 al 1700 pare si possa parlare di un certo equilibrio tra le licenze concesse per motivi di cura o familiari, e quelle concesse per motivi cosiddetti artistici. Per questi ultimi, le mete verso le quali i musici si dirigevano erano soprattutto Roma, Vienna e la corte di Mantova. In epoca posteriore, i congedi artistici diventano preponderanti, con mete che annoverano città come Bologna, Vicenza, Torino, Livorno, Napoli e Palermo, accanto a quelle già citate. Per quelle fuori dalla penisola, appaiono ricorrentemente i nomi di Dresda, Berlino, Bruxelles, Madrid, Londra, oltre a città polacche e della Moscovia.

Se l'assunzione in Cappella veniva regolata dal superamento di alcune prove di abilità che i concorrenti erano chiamati a superare sottoponendosi alla "ballottazione" dei Procuratori, era previsto un sistema di dispensa dal servizio per motivi di inabilità dovuta all'età o alla malattia, che consentiva ai "giubilati" la conservazione dello stipendio fino al momento della morte. Lo stipendio veniva fissato al momento dell'assunzione in servizio e ammontava a poche decine di ducati all'anno per i concerti, raggiungendo invece, per soprani e contralti, una cifra vicina al centinaio di ducati all'anno. A ciò si aggiungevano inoltre altri introiti dovuti a regalie ed alle ripartizioni delle trattenute operate dal Cassiere per punti inflitti ai non diligenti. Il meccanismo della progressione salariale era poi subordinato all'accoglimento della supplica che ogni musico presentava per vedersi aumentato lo stipendio. Dato che in genere queste suppliche venivano, anche se non sempre completamente, accettate, si creò col tempo una situazione per cui il controllo dei massimali di stipendio sfuggì di mano ai Procuratori, determinando un problema di spesa generale che stava diventando quasi incontrollabile. Le prime avvisaglie del problema si ebbero già nell'agosto del 1690, quando la Procuratia decise "che non si possi admetter alcun musico nella Cappella con il salario de più di ducati 100." Di fatto, il problema di contenere gli stipendi entro i 100 ducati, si ripropose nuovamente nel 1699, quando la Procuratia volle nuovamente ribadire i limiti stipendiali, constatando che, nonostante quanto deciso in precedenza, vi erano musici che percepivano salari fino a 130, 150 ducati. Tuttavia, pur lanciando di tanto in tanto gridi di allarme, la situazione rimase inalterata almeno fino al 1765 quando vennero finalmente fissati limiti di salario ben più realistici di quanto fossero i 100 ducati di tetto massimo, ormai quasi del tutto inosservato. Allora, il nuovo limite fu portato a 600 ducati per i musici, mentre per i concerti fu stabilito il tetto massimo di 100. Infine, nel 1772, venne introdotta la regola che non si potevano riconoscere accrescimenti di salario ai musici se non dopo dieci anni di lodevole e diligente servizio. In altre parole, si stabiliva che chi avesse avuto un aumento di stipendio o una regalia, avrebbe potuto averne un altro solo dopo dieci anni, e così di decennio in decennio, compatibilmente con i limiti di spesa fissati a livello generale.Era questo l'ultimo intervento di un certo rilievo della Procuratia, l'epilogo di quella spinta riformistica, pur a lei non estranea, che aveva spesso con successo cercato, tra mille titubanze e ripensamenti, di rendere razionale e maggiormente efficiente l'organizzazione della Cappella Ducale, di quella realtà con orgoglio in altri tempi definita "la gioia ch'adorna il diadema regale" della Serenissima.


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